Comune di Ponti sul Mincio

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( Pasqua )
  • SETTIMANA PASQUALE
  • tratto da:
    Fulvio Balisti, Osteria dell'orologio, Edizioni vita veronese, Verona, 1952.

    La primavera era già apparsa sui mandorli e sui peschi delle colline più esposte e sul contrafforte della torre scaligera; le allodole trillavano acutamente nei loro voli perpendicolari, le cingallegre guizzavano tra i filari di gelsi, di salici e di platani; le varietà si costituivano nelle nidiate, si emancipavano lungo le siepi, nei solchi, nei prati, sulle piante luminose di gemme turgide. Le donne tornavano dalle campagne cariche di fascine, con i grembiuli rigonfi di erbe mangereccie; i fanciulli, lasciati gli zoccoli o le scarpe cariche di toppe sovrapposte, correvano scalzi nei prati a cercar le prime « castagnole » (specie di castagna primaverile dei prati).

    Il lavoro dei campi ferveva attorno alle viti, alle piante, alle arature, alle semine, ai bachi da seta. Settimana di Pasqua!… tre giorni senza campane: quando le torri ed i campanili ammutoliscono, un senso di malinconia pervade i cuori semplici. Uno strumento di legno sostituiva i bronzi : era una specie di cassa armonica rudimentale fornita di una o più ruote dentate, costrette da un manubrio a girare sotto la pressione di stecche di legno duro e sonoro.

    Il pomeriggio del Giovedì Santo era caratterizzato, da una parte, dalle penitenze religiose, dall'altra, da un notevole avvenimento annuale: la uccisione del bue pasquale destinato ad alimentare anche le pentole della povera gente, che una tale possibilità si procurava soltanto a Pasqua ed a Natale.
    Nelle prime ore del pomeriggio il bue grasso usciva dalla stalla pomposamente, carico di catene e di fiocchi multicolori, che si addensavano sulle sue ampie corna formando una specie di diadema.
    La bestia percorreva le vie del paese, non pungolata né aizzata, tenuta con certo sussiego alla corda da una persona aitante, perché la solenne pacatezza dell'incedere fosse elemento reclamistico alla consistenza ed alla bontà delle carni.
    Codazzo di fanciulli, curiosità dalle contrade, da porte e finestre; ritorno al cortile.
    Il mattatore non era del luogo, perché, anche la novità del « tipo » producesse un maggiore effetto sulla gente.
    Il bovino veniva legato alle corna con una lunga e solida corda che, attaccata al gancio di una carrucola fissata ad un gelso alto, lo sollevava in modo che la vasta fronte veniva offerta alla mazza che cadeva con precisione di colpi e di ritmi. La povera bestia, divaricando le gambe anteriori in cerca di un punto di appoggio che lo spietato ordigno di sollevamento non gli consentiva, sbuffava e sinistramente muggiva. Quando il bove emetteva i rantoli, con aria mista di ferocia e di trionfo il mattatore gli cacciava una lunga lama nel collo per estrarre il sangue che usciva a fiotti : lontana visione di una corrida, senza storia di fanatismi e di rischi. Mi assaliva allora un tremito che mi portava ad aggrapparmi a qualcuno quasi nel timore di cadere.

    La sera del Venerdì Santo, nella chiesa e fuori, fragore assordante di raganelle gracidanti e di battacchi sulle tavole di legno duro piallato; strumenti simbolici della Flagellazione e della Crocifissione.
    Seguiva la processione, che si svolgeva attraverso le vie pavesate di coperte, di lenzuola, di trapunte, di fiori. Ovunque, luminarie con varietà di luci diffuse da involucri di carta multicolore, da teorie di fiammelle tremule sorgenti da gusci di lumache alimentate da olio, conficcate nell'argilla e fissate ai davanzali delle porte, lungo i cornicioni ed i muretti, per formare motivi geometrici, scritte e simboli religiosi.
    Le confraternite con i bianchi camici ed i tabarrini rossi sovrapposti, munite di bastoni rosso dorati che finivano a pomo e con specie di lanterne; il canto dei salmi; il « Vexilla regis prodeunt »; il ritorno alla chiesa ed alle case col cuore gonfio di commozione nella visione del Sacrificio cristiano.

    Al Sabato Santo esternamente alla chiesa, accensione delle fascine, l'arrivo del sacerdote scortato per la mistica cerimonia dell'acqua santa. Le donne accorrono a ritirare il tizzone dal fuoco santo per alimentare di religiosità il focolare domestico. Al « Gloria in excelsis », le mamme, sorreggendo i bambini, attraversano le contrade perché si compia il prodigio dei primi passi, mentre lo scampanio del « Rexurexit » dilata ed innalza la visione dei credenti dall'occhio che l'acqua ha purificato simbolicamente.
    Nel pomeriggio e vigilia festosa. Rumorosi gruppi di fanciulli sono curvi sul greto di corsi d'acqua a fregar col terriccio le catene dei focolari; lunghe file che si snodano, semplici, accoppiate, trascinate nella polvere delle strade perché gli anelli e le aste brillino; ritorno alle case a fine d'opera; rivista delle massaie. Il lavoro singolo od associato percepiva, normalmente, il compenso di un uovo per ogni catena.

    Alla Domenica, Comunione; « messa grande » cantata con accompagnamento dell'organo.
    Nella piazza, profumo di viole; festoso incrociarsi di auguri; incontro di persone amiche, di quelle venute di fuori a passare la Pasqua al paese. Sfoggio di indumenti, di scarpe, di ornamenti; aria impacciata ed aria gaia, motivi di grazia, spunti semplici di civetteria. Uova tinte con l'edera, con i cotoni di vario colore, striate, rigate, annerite con la fuliggine, o raccolte in piccoli cestini di pasta frolla con i manici sovrapposti. Nella forneria fanno mostra le paste frolle; esternamente, le ciambelle sono infilate in rami d'albero a più braccia appesi ai ganci.
    I deschi, con qualche sacrificio, erano ben imbanditi, le mense del « Ricovero di mendicità » e dei miseri, beneficate dalla carità. Dappertutto era una diffusa atmosfera di religiosità, di ingenuo pudore e di chiara allegrezza che non mortificava i bisognosi; nella prima festa pasquale, negli esercizi, non si giocava.

    Alla Festa dell'Angelo il paese si vuotava. Vedevi le famiglie, le parentele, le comitive, sui monti di Casale, della Guardia, degli Ulivi, del Gabbione, di Montecroce, nelle « vendite d'asporto» delle campagne; le scorribande dei veicoli trainati lungo le strade verso la Bell'Italia, S. Martino della Battaglia, Sirmione, io ricordo la « Mirca », l'asina di un vicino di casa, zoppicante per una specie di tarlo ad uno zoccolo, che ci condusse a Castellaro Lagusello.

    Nella festività pasquale, con le « uova » si partecipava a due giochi caratteristici della zona: « la bota » (scoccino), e « a bersaglio ». Tiro a distanza di 6-7 piedi, usando una moneta che, normalmente, era il soldo; si guadagnava l'uovo quando la moneta rimaneva infissa; si pagava un centesimo per ogni colpo mancato. L'uovo costava allora meno di un soldo.

    IL BACO DA SETA

    Passata la Pasqua, la vita dei nostri poveri paesi agricoli veniva in gran parte assorbita dalla cultura del baco da seta, che mobilitava tutto l'elemento femminile idoneo, assorbiva buona parte della mano d'opera maschile, rivoluzionava la sistemazione interna delle famiglie. Nella penuria degli spazi, l'antico sistema di cultura costringeva la gente a invadere i solai, a rifugiarsi nei vani più remoti, ad accumulare utensili e masserizie in una promiscuità di persone e di cose che avevano i caratteri di un ambiente zingaresco o di un accampamento di fortuna.

    La natura selvatica dei gelsi aggravava le esigenze del lavoro di sfogliatura, mentre la condizione sociale faceva del filugello una specie di re dalle mille teste che stabiliva nella casa la sua reggia ed al quale le famiglie dovevano sacrificare ogni comodità e la loro stessa intimità.
    La sua particolare importanza si doveva al fatto che il prodotto maturava dopo la disagevole stagione invernale, la quale approfondiva la miseria ed esauriva le poche riserve.

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