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Letture: Giancorrado Barozzi, Calandrino nella valle del Po

 

Sui tesori nascosti correva nel secolo scorso dalle parti del Po una novella popolare che lo scrittore di Pomponesco Alberto Cantoni raccolse con altre all'estremo lembo della provincia mantovana quasi di fronte alla cittadina di Guastalla ed inviò nel novembre 1872 al filologo e folklorista Domenico Comparetti (1).

Un vecchio saggio rivelò sul letto di morte ai suoi cinque figli scapestrati che nell'unico praticello che avrebbe loro lasciato in eredità era sepolto un enorme tesoro. Per tre anni consecutivi i figlioli vangarono palmo a palmo quel terreno senza nulla ritrovarvi, ma così facendo resero il loro campo il più fertile dei dintorni. Delusi dalle vane ricerche, i fratelli reputarono che l'agonia avesse ottenebrato la mente del genitore e da allora in poi essi si dedicarono con profitto esclusivamente al lavoro della terra. Ma, conclude Cantoni tirando in forma esplicita la morale del racconto, «il vecchio non aveva smarrito il senno. Vangare profondamente e ripetutamente: ecco il tesoro!».

La storiella è banale, ma riflette con precisione lo spirito di quella parte giudiziosa della società che agli incerti azzardi della fortuna antepone i sicuri frutti della disciplina del lavoro quotidiano. Eppure se nella seconda metà dell'Ottocento quell'edificante parabola ebbe modo di circolare di bocca in bocca tra le genti rivierasche era segno che in loco vivevano ancora degli individui irriducibili e da conquistare al suo credo.

Senza dubbio uno di essi fu Giuseppe Antonio Bodini, nato a Grontardo il 23 giugno 1821, numismatico, bibliofilo, maestro elementare, arrotino e violinista, abitante nei territori stretti tra l'Oglio e il Po sino a che la morte lo colse nel giorno di Santo Stefano dell'anno 1892 (2).

ritratto fotografico di Bodini Giuseppe del fu Cristoforo. Nato a Grontado il giorno 21 giugno 1821. Ora essendo del 1873, si hanno anni 52. Ritratto fatto a Milano il giorno 17 agosto 1873.
ritratto fotografico di Bodini Giuseppe del fu Cristoforo.
Nato a Grontado il giorno 21 giugno 1821.
Ora essendo del 1873, si hanno anni 52.
Ritratto fatto a Milano il giorno 17 agosto 1873.

Assieme a certi suoi libri e scartafacci Bodini lasciò ai posteri anche un breve manoscritto «Dei tesori nascosti» ove in una quarantina di fitte pagine egli disserta di leggende plutoniche e magia naturale, dà consigli sui modi per scoprire e per «levare» tesori e ne segnala addirittura la presenza di ben ventotto, sparsi qua e là lungo la riva sinistra del Po cremonese e casalasco.

Il manoscritto ritrovato contiene purtropppo molte zone d'ombra. Le intenzioni dell'autore, ad esempio, non vi appaiono dichiarate, né risultano immediatamente deducibili dalla lettura del testo. La data di composizione dello scritto non vi compare, ma dev'essere posteriore al 1845, l'anno più recente in cui da quelle parti - come afferma lo stesso Bodini - fu interrato un tesoro.

Una pagina del manoscritto di Giuseppe Bodini sui Tesori Nascosti.
Una pagina del manoscritto di Giuseppe Bodini sui Tesori Nascosti.

L'assenza di dediche a terzi o di appelli a destinatari particolari fa di queste curiose pagine una sorta di monologo privato o di autocomunicazione in tono didattico che l'autore spesso sembra rivolgere a se stesso, quando non s'indirizza ad un «voi» che suona del tutto indistinto e generico.

I contenuti della breve opera di Bodini sono organizzati su due piani. Il primo è dato dai riferimenti all'orizzonte quotidiaano di un mondo preindustriale che ignora il credito, il mercato e l'imprenditorialità, ove la sfera sociale esercita ancora una netta prevalenza su quella economica e l'apice del successo si identifica con la tesaurizzazione di ricchezze e il possesso di beni rifugio. L'altro piano del manoscritto, che ne costituisce anche il suo lato più bizzarro e fantasioso, risulta invece gremito da una ridda di strane immagini metafisiche e astrusi progetti. Questa bipolarità conferisce una forte tensione dinamica al testo di Bodini e fa di esso un'opera inconsueta, imprevedibile, ricca di una sua originale carica informativa, in una parola «esplosiva», nel senso peculiare - come vedremo - che ha di recente assegnato a questa definizione il semiologo Jurij M. Lotman (3).

Già nelle prime righe del manoscritto aleggia un senso di elusività e d'incertezza sui suoi contenuti. I tesori di cui l'opera parla non sono quelli «che noi possiamo avere presso di noi, perché di questi - sono parole scritte da Bodini - non merita descrizione», ma «quelli che si nasconde con secretezza» e «dei quali si ignora il preciso luogo». L'argomento del discorso verte dunque sin dal principio su cose del tutto imprecise, segrete e trascurate «perché non sono alla mente da nessuna persona». L'interesse dell'autore si spinge oltre la realtà nota e quantificabile tramite controlli oggettivi del tipo tener «notato il numero o la quantità delle monete; o se sono gioie oro od argento tenerne di conto il peso od il prezzo». Bodini fa appello piuttosto ad altri strumenti d'indagine e di verifica «che oltrepassano l'ordine naturale» e che lo stesso autore non esita a definire «cose stravagante»: un misterioso arsenale fatto di «segni», «secriti» e «buone calamite».

A una tale distanza dall'universo quotidiano le tecniche ed i rimedi propri della natura finiscono col perdere qualsiasi efficacia. Così - scrive l'autore - quando i tesori «è molto tempo che son nascosti e trascurati vengono posseduti da certi spiriti» e perciò - egli stesso afferma - «non si possono levarli se non con modi operanti sopranaturalmente». L'esito positivo di questi sforzi straordinari non può però mai essere del tutto garantito; il rischio di fallire nell'impresa costituisce anzi l'eventualità più probabile: « ... ed anche succede - scrive sempre Bodini - che alfin di molte fatiche non si possono levarli; e potrebbero succedere quasi ai più bravi del mondo».

I richiami all'insuccesso risuonano piuttosto di frequente in questo breve testo sui tesori nascosti, il che ci fornisce una spia significativa delle incertezze nutrite dal suo autore.

«Si può ... disseppellire un tesoro con un sol colpo accidentale di zappa», ha d'altra parte osservato il filosofo Gilbert Ryle segnalando la netta differenza che corre tra il verbo «cercare» e quello «trovare» (4). Ma l'osservazione espressa dal professore di Oxford non pare collimare del tutto con gli orientamenti che manifestò Bodini. Le tecniche di scoperta dei tesori suggerite dal maestro di Grontardo, sia pur vane e illusorie, formano infatti un autentico catalogo di operazioni complesse, nient'affatto casuali e che esigono notevole impegno da parte degli esecutori. Nulla di più distante dunque da un colpo di zappa assestato a casaccio.

Bodini osserva poi che nella ricerca dei tesori nascosti «non tutte le volte si fan bello; perché delle volte succedono di aver di tribulare, ed anche succede di non poterli levare». L'accento del suo discorso, più che garantire il positivo conseguimento di risultati pratici, preferisce dunque indugiare sulle azioni e gli strumenti utili all'individuazione e al disseppellimento dei tesori: tracciare al suolo cerchi magici, osservare attentamente i mutamenti di stato di liquidi versati in un'ampolla, fabbricare una «palla simpatica» ripiena delle più incongrue sostanze, e così via. Par quasi insomma che a Bodini stesse più a cuore l'atto in sé del cercare che il semplice fatto di trovare.

2.

Possiamo congetturare che l'interesse di Bodini per un argoomento in apparenza tanto insolito prese a destarsi in lui nell'udire le numerose voci sui tesori nascosti che gli provennero dallo stesso ambiente rustico e popolare in cui egli si trovò immerso. Alcune di queste voci non facevano che ripetere sino alla noia gli echi di immagini e temi fiabeschi: una classica «pignatta di marenghini» si diceva, ad esempio, fosse sepolta nel campo dell'organo di Gadesco e, similmente, in altre località di quei dintorni la fantasia popolare segnalò la presenza di stivali, fiaschettti, bauli, casse, paioli stracolmi di monete d'oro. Bodini raccolse poi notizie che affondavano radici in remote tradizioni leggendarie, come quella sul «tesoro del Re di Spagna» sito a «Belvedere», propagate dal barbiere e tessitore di «Ca' de' Ghinzani», Francesco Pagliari. Oltre a questo informatore, di cui Bodini fornì generalità precise, l'autore citò, sia pur in modo più generico, tra i suoi testimoni anche un paio di altri personaggi appartenenti al medesimo microcosmo rurale: un «fittabile» di «Pievedelmona» ed un «cavalaro» di «Bonamerzo». Fu da voci come le loro che egli di certo apprese le segrete ubicazioni, le entità (espresse sempre in lire cremonesi) e le date di interramento dei tesori.

Tuttavia solo in seguito all'intervento personale di Bodini quel vasto e disperso patrimonio di affabulazioni e notizie passò dalla condizione di inerzia e di quiete, nella quale si trovava durante la sua fase d'ascolto, ad uno stato di improvviso, ribollente fermento. Il maestro di Grontardo riuscì infatti a collegare la gran massa di informazioni sui tesori nascosti, che giorno dopo giorno egli colse nei paesi adagiati lungo le rive del Po, con un più vasto e antico complesso di conoscenze e saperi in massima parte estraneo al ristretto patrimonio della cultura traadizionale del suo ambiente d'origine.

Da bibliofilo e lettore insaziabile, quale egli fu (5), Bodini seppe porre in contatto le segrete confidenze, le chiacchere intessute di mistero e le narrazioni giocose dei suoi conterranei con le occulte dottrine assorbite dai testi degli autori del passato che gli erano capitati tra le mani e che, in certi casi, egli stesso volle trascrivere di suo pugno con la pazienza di un antico amanuense. Dunque le notizie sui tesori nascosti ricavate da Bodini setacciando quasi palmo a palmo il territorio in cui visse non formavano più per lui una congerie di dati chiusi ed impenetrabili. Il microsistema di notizie locali che le sue formidabili antenne avevano captato fu inserito piuttosto entro una vasta galassia di segni al centro della quale stavano i testi della tradiizione occulta con i quali il maestro di Grontardo era entrato in contatto.

Pur non essendoci stato possibile ricostruire compiutamente il curricolo degli studi compiuti da Bodini (6), ci è noto tuttavia che egli conosceva il francese e il latino. Lo attestano due manooscritti di argomento esoterico pervenuti sino a noi e attribuibili alla sua mano. L'uno è la trascrizione, fatta a Grontardo nel 1843, del "Trinum magicum sive secretorum magicorum opus" di Cesare Longino edito a Francoforte nel 1673, un'opera che affronta nei più minimi dettagli il tema dei patti col demonio. L'altro riproduce un trattato sulla rabdomanzia: "La verge de Jacob ou l'art de trouver les tresors" pubblicato a Lione nel 1693, la città in cui l'anno prima si era diffuso l'eco delle impreese divinatorie compiute dal contadinello Jacques Aymar, che suscitarono una nutrita serie di pubblicazioni in lingua francese sull'argomento (7).

Bodini aveva dunque non solo l'orecchio esercitato sulle forme semplici e dirette del parlar quotidiano, ma prese a modello, anche da altre lingue, esempi d'eloquio più dotti ed elaborati. Questo discreto bagaglio di cultura, tra l'altro, gli consentì di fare ricorso, nella stesura del suo manoscritto, alle lettere dell'alfabeto greco per complicare la scrittura di una formula magica, e lo portò ad imitare desinenze latineggianti in "et" per rendere più arcano il suono di certe parole pronunciate da un'ombra messa a custodia di un tesoro. L'universo in cui Bodini cercò di addentrarsi dovette apparirgli infatti troppo vasto ed antico per poter essere circoscritto entro i rassicuranti confini di un'unico idioma. Da qui la neccessità di ricorrere nella sua scrittura ad una pluralità di registri linguistici e adoperare liberamente, o quanto meno riecheggiare, più d'una lingua. Il testo che egli ci ha lasciato mostra infatti, per dirla con Lotman, «una struttura dotata da minimo due, e di fatto da un numero imprecisato di lingue diverse, reciprocamente necessarie l'una all'altra per la loro incapacità, ciascuna separatamente, di esprimere il mondo», o - per lo meno - «quel dato mondo» (8).

In questo senso il manoscritto di Bodini può venire inteso come una di quelle realizzazioni culturali imprevedibili e composite che il semiologo russo ha significativamente definito «esplosioni»: un'inattesa scintilla scoccata dall'attrito fra tradizioni di pensiero di diversa matrice che fa accrescere d'acchito il livello di informatività di un testo o di un sistema di segni; un'improvvisa irruzione di novità entro contesti stagnanti, a cui si accompagna la sperimentazione di impasti linguistici intennzionalmente enigmatici e l'uso di locuzioni dotate d'un alto grado di indeterminatezza (9).

3.

Questo lato creativo, originale, «esplosivo» del manoscritto di Bodini trova una decisiva conferma sul piano dei contenuti nella predilezione manifestata dall'autore per le ore della notte, il tempo che di solito è riservato alle suggestioni oniriche e all'indeterminatezza dei sogni. Alle ore notturne presiede l'attività dell'emisfero cerebrale destro che, attutiti i rapporti con la realtà esterna, produce da sé un flusso continuo di pure immagini mentali. E non a caso proprio in tale dimensione Bodini venne a collocare il «tempo dei tesori». Con l'asserire che «il tempo più propizio di levare un Tesoro è in tempo di notte e cioè a cavallo alla mezza notte» Bodini all'improvviso ci immette in un universo capovolto e alternativo rispetto ai valori diurni, ove l'azione di «levare un tesoro» viene da lui meticolosamente descritta come il compimento d'un «antilavoro»: «La prima zappata che darete - dice infatti Bodini - sorge una figura, ed allora non si deve prendersi paura, ma anzi dovete farvi coraggio e parlargli, e dirgli - dalla parte di Dio zappatì» - e sporgergli il Zappone, e se lo rifiuta, tornare ancora a sporgervelo sino che lo ha tolto ( ... ) tolto che avrà il Zappone la detta figura, stando tutti serij, vedrete che in un momento discuarcierà il Tesoro».

Qui insomma è l'ombra che deve faticare al posto dell'uomo. «Il tempo dei tesori» coincide di fatto anche con le ore più propizie ai cosiddetti «cavaglieri della luna» i quali, furtivi, scivolano al calare del sole con le loro barche sul tratto di Po tra Cremona e Rovigo fingendosi pescatori, ma in realtà cacciandoovi di frodo e compiendo razzie ai danni dei contadini (10). Ed è lo stesso Bodini, in un'altra pagina del suo manoscritto, ad ammettere un esplicito legame tra malviventi e tesori, là ove egli riferisce di «tesori nascosti da ladri» che «poi scappano, e quando vanno per prenderli non si ricorda più del luogo preciso, e così restano nella terra a disposizione di chi ha buone calamite e secriti per trovarli».

Nascondere e levare tesori furono due azioni che Bodini parve intendere, in un certo qual senso, come omologhe. Di quest'omologia è stata di recente avanzata da altri una spiegazione in chiave semiotico-religiosa. «I tesori nascosti nella terra - hanno osservato Jurij M. Lotman e Boris A. Uspensikij - sono sotto la protezione delle forze impure (degli dei pagani) e ogni attività volta a nasconderli o a scoprirli presuppone la conoscenza dei modi e delle vie adatte per rivolgersi a queste forze» (11).

Se quindi, da un lato, per riuscire a dissotterrare un tesoro è necessario, come scrisse Bodini, dar prova di essere dei «bravi Maghi», anche per nasconderlo nel più sicuro dei modi dovranno osservarsi delle precise prescrizioni rituali, le quali potranno persino comportare l'esecuzione di sacrifici umani. Bodini stesso affronta con parole esplicite questo argomento: «vi sono stati di quelli che guarnando il Tesoro hanno ucciso una persona e poi ve l'anno sotterrata in cima, e nel mentre che la sotterrava vi hanno detto: Tu tenderai a questo Tesoro».

Riti sacrificali identici ricompaiono anche nelle credenze plutoniche di altre località italiane. Il folklorista Giuseppe Cocchiara riferisce, ad esempio, una leggenda modenese secondo la quale un certo tesoro «è conservato dal possessore con il sacrificio di un tenero fanciullo, la cui anima, in seguito ad una determinata formula, viene legata a custodia del tesoro stesso» (12). E il demopsicologo siciliano Giuseppe Pitrè raccolse nella sua isola numerose testimonianze dello stesso genere, tra le quali basterà qui citare quella che vorrebbe far credere come «in tempi antichi un forestiero si recasse a Ficarazzi e trovato un ragazzo lo portasse con sé in campagna. Qui scavò un fosso, vi nascose dei denari e quindi vi uccise il fanciullo incantando il tesoro e disponendo che per prenderlo si dovesse mangiar lì sopra un piatto di pasta e un rotolo di salsiccia» (13).

Cocchiara riconobbe uno stretto contatto tra i sacrifici umani compiuti a protezione dei tesori e l'immolazione di vittime fatta per garantire la fondazione di città, l'erezione di ponti e la costruzione di altri edifici di particolare importanza (fortezze, chiese, monasteri). «In tutte queste tradizioni - scrisse il folklorista - è il sangue che cementa il sacrificio. In esso sono la forza, lo spirito vitale, la vita. E tutto ciò che ha, o dovrà aver vita, richiede il sangue. La stessa vittima diventa un genio in quanto ha dato il suo sangue, cioè la sua forza vitale, a una determinata costruzione (la quale è considerata, perciò, come qualcosa di vivo)» (14).

Mircea Eliade, occupandosi anch'egli dei sacrifici edilizi, riconobbe che essi «si trovano un po' dappertutto nel mondo, sotto la forma di un rituale attenuato, di leggende o di vaghe superstizioni» (15), accolse l'idea del sacrificio come «transfert» rituale di vita ed osservò che esso «non si limita soltanto alle costruzioni (templi, città, ponti, case) e agli oggetti necessari», ma serve «anche per assicurare il buon esito di un'impresa, o la continuità storica di una impresa «spirituale» (16). A tale riguardo lo stesso Eliade riferì un'antica voce che accusava persino S. Pietro «di aver sacrificato un fanciullo di un anno, puer anniculus, per assicurare al cristianesimo la durata di 365 anni» (17).

A giudizio dello studioso rumeno queste forme di sacrificio umano sarebbero derivate da un mito cosmogonico, risalente al mondo spirituale dei paleo-coltivatori, inteso a spiegare la «nascita» delle parti costitutive dell'universo , delle piante alimentari e dell'intera umanità tramite l'immolazione di un primordiale Essere divino (18). Dalla narrazione di questo mito d'origine alla pratica esecuzione di riti cruenti ad esso ispirati, stando ad Eliade, il passo dovè essere breve: «in tutto quel che fa, l'uomo imita - scrisse infatti lo storico delle religioni - un gesto primordiale della divinità» (19).

Cocchiara indicò al contrario in un rito concretamente agito, e non in un mito, la fonte primaria delle superstizioni sulla sepoltura di tesori, l'erezione di edifici e il compimento di sacrifici umani, che giustamente egli vide collegate tra loro da una certa aria di famiglia (20).

Nel manoscritto di Bodini però l'evocazione del tema dei sacrifici umani compiuti per «guarnare» i tesori ricompare solo come pura menzione di un mito fondante.

La riprova che l'immolazione di vittime aveva perso agli occhi del maestro di Grontardo qualsiasi carattere pratico e rituale ci è data dal suo totale silenzio sul ricorso a sacrifici cruenti per «smagare» i tesori. In un saggio dedicato proprio a questo argomento Giuseppe Cocchiara cita invece numerosi episodi delittuosi tentati o mandati realmente ad effetto con questo scopo, persino nel Ventesimo secolo, da gente superstiziosa (21). Nel cercare risposta al quesito fondamentale posto nel suo saggio "come ha potuto formarsi la credenza che l'uccisione di qualcuno sia necessaria per la scoperta di un tesoro?» (22), Cocchiara osserva inizialmente che l'uccisione di un essere umano per scoprire il tesoro sembrerebbe essere un rito di carattere propiziatorio», ma poi sembra propendere per un'altra spiegazione: lo stesso fenomeno, egli scrisse, «può, invece, rappreesentare una pratica magica di carattere imitativo, in quanto se è vero che il simile produce il simile, un tesoro incantato mediante l'uccisione di un uomo, di una donna o di un bimbo, può esseere smagato seguendo lo stesso procedimento» (23).

Il tragico «procedimento» lasciò tracce di sé nel folklore dell'intero continente eurasiatico ed ispirò nel 1831 un'allucinata leggenda ucraina "La sera della vigilia di San Giovanni Battista" che Nikolaj Gogol' finse d'aver sentito narrare dalle voce di uno scorbutico sagrestano ruteno, Foma Grigor'evic (24). Essa racconta che Petr, un misero e disperato bracciante agricolo, si lascia indurre da un mefistofelico personaggio a recarsi la mezzanotte della vigilia di San Giovanni nel burrone dell'Orso ove gli si fa incontro un'orrida strega. «Guarda, Petr; ora ti si presenterà una bella ragazza: fai tutto quello che ti ordina, altrimenti sei perduto in eterno!» gli suggerisce con fare beffardo la diabolica guida. «La strega battè il piede al suolo, da cui si sprigionò una fiamma azzurra, lucente nel mezzo, che pareva di cristallo fuso; e tutto quello ch'era nascosto nelle viscere della terra divenne visibilissimo. Monete d'oro e pietre preziose, in forzieri e in pentole, a mucchi, erano accatastate proprio sotto i loro piedi». Ma prima di lasciarlo padrone di una parte di quelle ricchezze, la strega ingiunse al pover'uomo di compiere un macabro rito: «- No, non potrai ottenere l'oro sino a che non ti procaccerai del sangue umano! - disse la strega, e gli presentò un bambino di sei anni, avvolto in un lenzuolo bianco, facendogli cenno che doveva tagliargli la testa».

I custodi soprannaturali dei tesori di cui parla il manoscritto cremonese non appaiono assetati di sangue come la strega di Gogol'. Essi, ombre di morti o diavoli che siano, scrive Bodini, sembrano assolvere solo alla funzione di atterrire i cercatori di tesori. A giudizio dello stesso autore non si tratterebbe che di ombre e figure innocue, a patto che i cercatori abbiano la forza d'animo di sapersi sottrarre ai loro ordini: «se la detta figura vi dice di far qualche cosa a voi, - consiglia Bodini - non state a far niente ma lasciate far tutto a lei, anzi se la figura vi dicesse di far qualche cosa a voi; tornategli a comandar dicendogli - Dalla parte di Dio fallo Tu -».

4.

«Dalla parte di Dio ... » con questa invocazione la cristianizzazione del rituale agito per «levare» i tesori nascosti si rende del tutto palese. Numerose sono del resto le spie che riconducono sotto il segno della «vera fede» l'impresa a cui l'autore di Grontardo ha dedicato il suo manoscritto. Il momento migliore per scoprire le ricchezze nascoste sarebbe infatti, a suo dire, proprio «la notte di Natale», quando «tutti i Tesori hanno un chiaro pizzo, il quale alle volte si muove e va» come una specie di fuoco fatuo o di piccola cometa che col suo moto rivela la loro esatta posizione. I cercatori di tesori debbono essere sempre «proveduti di cose benedette» del tipo: «una Bottiglia d'acqua Santa», «della cera del Triangol» o «una corona di cocco benedetta». Nei casi più difficili, poi, quando, ad esempio, il Diavolo ha preso «appossesso» di un tesoro interrato da oltre cento anni, Bodini reputa addirittura che «occorrerebbe un Sacerdote molto bravo di benedire per levarlo».

Come s'è visto, i cercatori di tesori, per Bodini devono dar prova d'essere dei «bravi Maghi», tuttavia i loro poteri non discendono dal demonio, ma dalla santa madre Chiesa e dalla sua cosiddetta «magia bianca». Il massimo depositario di tali poteri era infatti, per ammissione stessa di Bodini, il sacerdote, che nei piccoli borghi della campagna lombarda del secolo scorso spesso costituiva la sola persona istruita in seno alla comunità, l'unico specialista del sacro in grado di scacciare gli spiriti maligni per mezzo dell'acqua santa e delle formule esorcistiche, insomma un personaggio-chiave ritenuto dal popolo il depositario privilegiato di facoltà del tutto straordinarie.

Lo storico inglese Keith Thomas, nella sua monumentale opera "Religion and the Decline of Magic", ha fatto rilevare che gli aspetti magici delle funzioni ecclesiastiche furono spesso giudicati dal popolo e dal basso clero inseparabili da quelli devozionali e nonostante nei sinodi e nei concilii si tracciassero nette linee di demarcazione tra religione e magia, quelle distinzioni ufficiali non incontrarono mai una pratica applicazione specie tra gli strati inferiori della società (25). Thomas attesta anzi che persino gli angeli del Paradiso vennero tranquillamente invocati in soccorso da quei cercatori di tesori che non volevano in alcun modo confondersi con i seguaci di Satana. E non sempre si trattava di gente povera ed ignorante. Nel 1691, ad esempio, l'influente uomo politico del partito Whig, Goodwin Wharton, che praticava anche le arti occulte, si calò nelle profondità marine indossando uno strano equipaggiamento subacqueo progettato, a suo dire, dagli angeli divini allo scopo di consentirgli d'esplorare il relitto di un galeone spagnolo inabissatosi presso le coste settentrionali della Scozia (26).

Con ogni evidenza l'appellarsi alla «vera religione» e alla «magia bianca» per accaparrarsi un tesoro doveva apparire sul piano ideologico una giustificazione più presentabile e dignitosa di quella, ad essa opposta, che faceva delle ricchezze lo «sterco del diavolo» ottenibile solo al prezzo di macchiarsi d'efferati delitti. Se quindi, come ha osservato Luigi M. Lombardi Satriani a proposito delle credenze plutoniche della Calabria, la giustificazione «demonica» ebbe per i diseredati del Sud un effetto duplice: «da un lato punirsi per aver desiderato tanto la ricchezza (...), dall'altro consolarsi perché non se ne ha» (27), il suo segno si capovolse radicalmente nell'ideologia cristianizzata ed «angelica» sulla scoperta dei tesori. Lo testimoniano per l'Inghilterra del Seicento puritano il diario dell'impeccabile Goodwin Wharton e per la campagna lombarda dell'Ottocento il manoscritto di quell'eccentrico di rispetto che fu Giuseppe Antonio Bodini.

Da fonte di desideri impossibili o di insanabili rimorsi per la cultura folklorica meridionale, la scoperta di un tesoro diventa invece, per l'autore cremonese, un consolante mezzo di soluzione di ogni problema economico e una innocente spiegazione dei fenomeni di mobilità entro un contesto sociale ancora statico e poco permeato dallo spirito di intraprendenza dei singoli.

Il principale nemico di chi si pone in cerca di tesori non è, a giudizio di Bodini, né il Diavolo né quelle «ombre o figure» che, a suo dire, fanno la guardia alle ricchezze sepolte. Protetto da un cerchio tracciato con l'acqua santa e munito dei talismani benedetti che egli avrà avuto cura di portare con sé, il cercatore di tesori non ha infatti altro da temere che lo scatenarsi delle proprie paure interiori.

Nelle pagine dedicate al «modo per levar un tesoro» Bodini focalizza l'attenzione sul manifestarsi di tali reazioni emotive. Le osservazioni che egli fa a questo riguardo testimoniano del minaccioso incombere del sentimento della paura nella società padana dell'Ottocento. Jean Delumeau ne "La peur en occident" ha invitato gli storici ad interrogare le loro fonti per verificare «se determinate civiltà sono state - o sono - più portate alla paura rispetto ad altre» (28). Bodini, col suo manoscritto, ci rende palese che al calar della notte sulle rive del Po la gente del suo tempo sprofondava in un orizzonte ingombro di spaventose apparizioni e di fantasie terrorizzanti. Il che non gli ha tuttavia impedito di cogliere in queste situazioni di estrema tensione psichica anche un risvolto di comicità: si veda, ad esempio, il passo ove egli dipinge la fuga precipitosa dei cercatori di tesori caduti in preda alla paura. Ingenui e goffi come il personaggio di Calandrino nelle novelle del Boccaccio, essi vedono miseramente fallire le loro segrete ambizioni di potersi all'improvviso arricchire allorché, per un minimo rumore o un'ingannevole impressione della vista, lasciano ogni cosa e scappano «a casa tutti spaurati». Par quasi di leggere qui il canovaccio di una commedia dell'arte del secondo Seicento la cui intera vicenda ruota attorno ai timori del servo Cola e alle facezie di Zanni e Pulcinella, ingaggiati dal Dottor Graziano per togliere un tesoro da un pozzo che si credeva infestato da un folletto (29). «Da nà banda lo trasoro me tira, dall'autra lo core me talleca» è la battuta che pronuncia tra sé nel suo colorito linguaggio popolaresco il disgraziato Cola prima di darsela a gambe per non venire costretto dal suo padrone a calarsi nel pozzo.

Da allora erano trascorsi quasi due secoli e Bodini, con i suoi libri e gli appunti, sembrava aver preso il posto del Dottor Graziano ripetendo le stesse raccomandazioni a quanti ancora si volevano accingere all'impresa di «levare» un tesoro: «Non bisogna sgomentirsi col dire, oh! questo è un affare serio io scappo via; questo tale merita di non esser tolto nella compagnia: quindi bisogna esser coracciosi e non pensar altro che di levar i Soldi».

NOTE

(1) "Fiabe e novelle popolari del contado mantovano scelte, trascritte ed annotate da Alberto Cantoni". Manoscritto n. 153 del Fondo Domenico Comparetti del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari con sede in Roma. Fiaba numero 3.

(2) Notizie biografiche su Bodini raccolte da Fabrizio Merisi e Gianni Arisi, pubblicate in: Giuseppe Bodini, "Dei Tesori Nascosti", a cura di Fabrizio Merisi, Pescarolo ed Uniti, Edizioni Museo del Lino, 1994, pp. 9-10.

(3) Della produzione del semiologo russo Jurij M. Lotman accessibile in lingua italiana ho utilizzato in particolare "La semiosfera. L'asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti", a cura di Simonetta Salvestroni, Venezia, Marsilio 1985 e "La cultura e l'esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità", Milano, Feltrinelli 1993.

(4) Gilbert Ryle, "Lo spirito come comportamento", a cura di Ferruccio Rossi-Landi, Roma-Bari, Laterza 1982, p. 126. La distinzione fatta da Ryle è più in generale, tra «verbi di lavoro» e «verbi di successo».

(5) Un altro manoscritto lasciato da Bodini ha per titolo: "Catalogo di alcuni Libri, fra i quali ve ne sono di molto rari e impossibile a d'averli posseduti da me Bodini Giuseppe di Pescarolo". Si tratta di un elenco di trentasette opere in lingua italiana, latina e francesce, tra le quali meritano qui di essere segnalate, a testimonianza dell'interesse di Bodini per la demonologia e le scienze occulte, un'edizione del "Malleus Maleficarum" del 1496, la traduzione italiana della "Demonomania" di Jean Bodin (Venezia 1587) e ben due edizioni della "Magia Naturalis" di Giambattista Della Porta, l'una (Venezia 1579) in volgare ancora in quattro libri, l'altra in lingua latina ampliata in venti libri e datata Hanovae 1644.

(6) Da un diario manoscritto tenuto da Bodini tra il 1863 e il 1864, apprendiamo che il 23 ottobre 1863 a Verolanuova egli passò «l'esame della capacità di maestro» e, di lì a poco, prese ad esercitare l'insegnamento stipendiato dal Comune di Gambara. Bodini arricchì quel diario con appunti vari ed appendici bibliografiche. Di particolare interesse risultano due elenchi di autori, che rappresentano indizi del bagaglio culturale posseduto da Bodini. Il primo è una lista di ventidue «Illustri Italiani Distinti nelle scienze nei secoli prima di Cristo», comprendente i nomi dei principali classici, da Cesare a Virgilio. L'altro, in cui sono menzionati diciannove autori, è il seguente, tal quale Bodini lo scrisse: «l Reaumur 2 Padre Soave 3 P. Abate genovesi 4 Galliani 5 Il giangiacomo rosso 6 Voltaire 7 Buffone 8 Monteschiu spirito 9 Filangieri 10 Beccaria 11 Parini = poeta 12 Ugo Foscolo 13 Vincenzo Monti prof.re di eloquenza 14 Erasmo di Roterdam = litino (sic!) corrispondenza con papa Leone X 15 Melchiore Gioja 16 Cocco = napotano (sic!) 17 Coletta = storia di Napoli 18 Tacito tradotto dal Davanzati 19 Tito Livio = poeta latino (sic!)».

(7) Si veda Grillot De Givry, "Il tesoro delle scienze occulte", Milano, Mondadori 1976, pp. 252-58.

(8) J. M. Lotman, "La cultura ..." , cit., p. 10.

(9) Ivi, p. 26.

(10) Orlando P. «Descrizione della mia vita» in Danilo Montaldi, "Autobiografie della leggera", Torino, Einaudi ed. 1972, pp. 100-102 e 129.

(11) J. M. Lotman, "La semiosfera ...", cit. p. 175.

(12) Giuseppe Cocchiara, "Il ponte di Arta. I sacrifici nella letteratura popolare e nella storia del pensiero magico religioso", apparso in una prima stesura negli «Annali Museo Pitrè» I, 1950, pp. 35-81, poi ripubblicato quale terzo capitolo de "Il paese di Cuccagna e altri studi di folklore", Torino, Edizioni scientifiche Einaudi 1956. La citazione è presa da p. 107. La fonte della leggenda modenese che Cocchiara utilizza è: F. Mattei, "La formazione dei tesori nella superstizione frignanese", in «La scoltenna» serie II, fasc. 2, 3, 4, Modena 1916. Sui sacrifici edilizi e la costruzione di ponti risulta ora fondamentale l'opera di Anita Seppilli, "Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti. Persistenza di simboli e dinamica culturale", Palermo, Sellerio 1977.

(13) Giuseppe Pitrè, "Studi di leggende popolari in Sicilia", Torino, 1904, p. 277.

(14) G. Cocchiara, "Il paese ..." , cit., p. 125.

(15) Mircea Eliade, "Da Zalmoxis a Gengis-Khan. Studi comparati sulle religioni e sul folklore della Dacia e dell'Europa centrale" (cap. 5: «Mastro Manole e il monastero d'Arges», datato 1955), Roma, Ubaldini 1975,p. 161.

(16) Ivi, p. 162.

(17) Ivi, p. 162 nota 57.

(18) Ivi, p. 163. Dello stesso argomento Eliade si era già occupato in un saggio uscito in Romania nel 1943: "Comentarii la legenda Mesterului Manole" (Commenti alla leggenda di Mastro Manole) ora disponibile in traduzione italiana in M. Eliade, "I riti del costruire", Milano, Jaca Book 1990, ove alle pp. 71-77 si trova descritto il «mito cosmogonico» che diede origine ai sacrifici umani.

(19) M. Eliade, "I riti ..." , cit., p. 76.

(20) Giuseppe Cocchiara, "Sopravvivenze dei sacrifici umani nelle superstizioni italiane dei tesori nascosti", già comparso in «Lares», giugno 1936, poi ripubblicato (col titolo «Note sulle leggende plutoniche») in "Genesi di leggende", Palermo, 1949 seconda edizione, e infine nuovamente edito nella raccolta postuma di saggi di Cocchiara, "Preistoria e folklore", Palermo, Sellerio 1978, pp. 25-33.

(21) Idem. Cocchiara cita a questo proposito tra le sue fonti: G. Amalfi, "Delitti di superstizione", Pisa 1914; E. Ferri, "L'omicida nella psicologia criminale", Torino 1925; V. Manzini, "La superstizione omicida e i sacrifici umani", Padova 1930 seconda edizione.

(22) G. Cocchiara, "Preistoria ..." , cit., p. 31.

(23) Ivi, p. 33.

(24) La novella fu inclusa da Gogol' nella raccolta "Le veglie alla fatttoria di Dikanka". Le citazioni fatte sono tratte dall'edizione Einaudi 1978, traduzione di Giovanni Langella.

(25) Keith Thomas, "Religion and the decline of magic. Studies in popular beliefs in Sixteenth - and Seventeenth - Century England", prima edizione Weidenfeld & Nicolson 1971. I riferimenti e le citazioni fatti nel testo rinviano però all'edizione Penguin Books 1980. Dei conflitti, ma anche degli stretti rapporti, tra magia e religione K. Thomas tratta in particolare alle pp. 301-332.

(26) K. Thomas, "Religion ..." , cit., p. 282.

(27) Luigi M. Lombardi Satriani, «Il tesoro sepolto», in "Santi, streghe e diavoli. Il patrimonio delle tradizioni popolari nella società meridionale e in Sardegna", Firenze, Sansoni 1971, p. 86.

(28) La citazione è tratta dalla traduzione italiana del libro di Jean Delumeau, "La paura in occidente (secoli XIV - XVIII). La città assediata", Torino, Società Editrice Internazionale 1979, p. 26.

(29) Mi riferisco a "Il Tesoro. Comedia nuova" di Gio. Battista Salvati, pubblicata in Roma, per Francesco Tizzoni, nel 1676. Di essa dà notizia Vito Pandolfi ne "La Commedia dell'Arte. Storia e testo", vol. III, Firenze, Sansoni 1958, pp. 259-266.