[Monologhi processi e testamenti][Esecuzioni sacrifici e supplizi simbolici]
Il gruppo Folk di Grano, frazione di Vezza d'Oglio in Alta Valle Camonica, nasce nel 1972 con l'intento di recuperare e mantenere le tradizioni locali che rischiavano di andare perdute nel difficile momento di passaggio di quegli anni.(vedi immagine)
Mezzaquaresima: Rasega la Eigia
Nel 1981 fu ripristinata anche la tradizione del Rasega la Eigia : farsa dialettale che veniva inscenata in una stalla della frazione di Grano il giovedì di metà Quaresima.
La farsa simulava un diverbio sorto all'interno di una grande famiglia patriarcale contadina. Il testo, un tempo improvvisato, fu poi interamente messo per iscritto in rima da alcuni componenti del Gruppo: la nonna cade ammalata e dopo le inutili cure prestate dal dottore muore, non prima di avere accuratamente dettato le sue ultime volontà. Seguiva quindi (e segue tuttora) la lettura del Testamento, che è la parte più interessante e più attesa della farsa, poiché per suo tramite si criticano, in tono scherzoso, gli amministratori comunali e si del Comune e si mettono in satira vizi e difetti di persone del paese. Il corpo della nonna dovrà essere infine segato a metà.
Nel rito del Rasega la Egia il personaggio della Vecchia funge da capro espiatorio ed è considerato l'unico responsabile di tutti i mali avvenuti nella comunità durante l'anno trascorso. Su questa alternanza di riso/pianto e di colpa/espiazione si innesta anche il binomio vita/morte lagato al ciclo della natura.
La Vecchia è il simbolo della sterilità dei campi durante l'inverno e la sua morte decreta la fine della stagione fredda ed è presagio del risveglio primaverile.
La Vecchia viene tagliata a metà per segnalare a tutti che ci si trova esattamente a mezza Quaresima. L'arnese usato per eseguire il rito, il rasegù, è formato da una lunga lama dentellata azionata da due persone (rasegòcc) che l'impugnano alle due estremità. Lo strumento veniva impiegato nel taglio delle piante, per cui la Vecchia richiama per analogia un tronco d'albero secco privo di vita, portato via, al termine dell'operazione, dal diavolo, simbolo di perdizione.
Non va dimenticato che venti giorni più tardi sarà innalzato un altro legno, la croce di Cristo, che al contrario è portatore di vita e di salvezza.
I componenti del Gruppo, spronati dai favori riscossi, diedero vita nel 1991 a un coro folcloristico a quattro voci miste formato da trentacinque elementi diretti dal maestro Franco Laffranchini.
Questa iniziativa, inizialmente volta a conservare la tradizione dei canti di montagna, ha finito poi con l'allagare il repertorio del Gruppo includendo il recupero della musica sacra e del canto gregoriano che erano rimasti ormai solo memoria di pochi, i quali ricordvano con rimpianto la maestosità dei cori in latino della “Mesa Alta” (il banchetto eucaristico domenicale delle ore 10,30).
Danze tradizionali, rituali di corteggiamento e matrimonio
Il Gruppo Folk di Grano ripropone anche alcune danze tradizionali sul tema dell'amore e del matrimonio, una delle poche occasioni di svago e di divertimento, legate alla sfera dei sentimenti, che coinvolgeva l'intera comunità.
L'attrazione tra un ragazzo e una ragazza nasceva con furtive occhiate quando ci si incontrava al lavoro nei campi o quando, a sera o a mattina, essi portavano il latte appena munto alla casèra.
I ragazzi erano attenti a sfruttare anche le altre occasioni di incontro che si presentavano nel corso dell'anno, ad esempio durante la sgauciàda che si teneva a fine ottobre 'n de l'èra. Per questa operazione la famiglia chiedeva l'aiuto di parenti e vicini le cui donne erano impegnate a tagliare la coda e la raìcia alle rape, mentre gli uomini collaboravano vuotando loro i cesti. Il lavoro poteva diventare un momento di allegria e, per alcuni, occasione di un tenero incontro. Mentre tutti erano intenti a svolgere il proprio compito, all'improvviso si introducevano furtivamente dei ragazzi coperti da un rustico telo chiamato pilòc. Costoro si muovevano cercando di non scoprirsi, mentre le giovani, maliziosamente, tentavano di sollevare il pilòc.
Intanto uno dei nuovi arrivati si avvicinava a una ragazza e, contraffacendo la sua voce, le chiedeva: fèt mondarn la raìna da la cùa sitilìna ? (alludendo alla rapa con la “coda sottile”, quindi la più dolce di tutte, che ella sbucciava formando quasi un fiore che poi porgeva al ragazzo). Se la rapa non era di suo gradimento, o meglio se la giovane non era l'oggetto dei suoi interessi, il ragazzo si spostava rivolgendo la medesima domanda ad un'altra. Alla fine, i ragazzi gettavano il pilòc, rivelavano la loro identità e si fermavano a collaborare al lavoro e a scambiare qualche parola con le giovani presenti. Poco alla volta i teneri sguardi degli innamorati non potevano sfuggire all'attenzione dei testimoni che cominciavano a mormorare: i se parla, 'l ciàpa tüte le scüse per 'ndà a lüstràs i öcc. A la Pina i ghe cor 'ré i muscù e frasi simili, accompagnate anche da giudizi sulla salute dei due, sulle loro sostanze e, non da ultimo, sul fatto che fossero o no dei bù cristià. Discorsi inevitabili in un piccolo paese di montagna dove ci si conosceva tutti.
Se, col passare del tempo, le cose tra i due finivano male, allora si diceva: i s'é miga capì oppure i à spartì le càvre.
Se invece la “cotta” era diventata qualcosa di più serio, i genitori dell'innamorato andavano con il loro figlio dai genitori di lei a domandàla. In caso di consenso alle nozza, i padri fissavano la data della cerimonia e si accordavano sulla casa dove gli sposi sarebbero andati ad abitare, sui mobili da acquistare e sulla dote della ragazza.
La dote consisteva generalmente in un corredo, confezionato dalle mani della ragazza stessa, con l'aiuto della mamma o della nonna, e veniva riposto in un baule.
Una volta combinati gli accordi, ci si recava a chiedere il consens del curato, il quale provvedeva a preparare al sacramento i giovani promessi. La gente commentava le intenzioni di matrimonio della coppia: 'l l'à dit so 'n cesa, 'l l'à tacada fö' (intendendo le pubblicazioni affisse alla porta della chiesa). Ora che i fidanzati avevano ricevuto la benedizione dei rispettivi genitori e del parroco, potevano frequentarsi apertamente, sempre però sotto l'attenta vigilanza di qualcuno della famiglia.
Alla sera il giovane andava a moròse, recandosi, di solito al martedì, al giovedì, al sabato e alla domenica, nella stalla della fidanzata per partecipare allo stramadecc. Questo termine dialettale deriva probabilmente dall'espressione latina extrema dies, cioè le ultime ore del giorno durante le quali, dopo cena, la famiglia si ritrovava unita nella stalla per scaldarsi al fiato dei bovini prima d'andare a letto. Durante queste riunioni le donne solitamente filavano la lana, ricamavano o lavoravano a maglia, mentre gli uomini intrecciavano gerli e ceste o parlavano dei lavori compiuti e da compiersi. I bambini, non potendo partecipare ai discorsi degli adulti, giocavano a carte o ad altri giochi (a l'anèll, a Santa Ciàra, ecc…).
Il promesso sposo se ne andava sempre abbastanza presto, mentre i restanti si fermavano per recitare tutti insieme le orasiù o il rosàre. Non va dimenticato che gli atti di devozione religiosa avevano un grande valore per i contadini.
L'organizzazione delle nozze occupava di solito molto tempo e molto danaro, non solo per il nuovo appartamento da preparare e i banchetti da imbandire, ma anche perché lo sposo, oltre all'acquisto della era per la sposa, doveva comprarle il vestito (sempre rigorosamente scuro) o provvedere alla tela per confezionarlo.
La sposa doveva acquistare invece la era per lo sposo, camicia e cravatta per sposo e compàr, un fazzoletto bianco per il parroco celebrante. Il compàr, da parte sua, doveva regalare alla sposa un anello: da qui appunto la definizione compàr de l'anèll. Alla fine giungeva il giorno tanto atteso e sognato… forse però non da tutti, perché qualcuno, svegliandosi, poteva avere la spiacevole sorpresa di trovare della segatura davanti alla porta di casa. Questo accadeva se il ragazzo era stato precedentemente fidanzato con un altra ragazza che, nel frattempo, non si era ancora sposata: allora durante la notte si tracciava con la segatura una linea che andava dalla casa della sfortunata fino alla Chiesa.
Questa usanza del sornnà 'l rasegadùcc serviva a legare idealmente due vite che nella realtà non si erano unite. A volte c'era anche qualcuno della famiglia che poteva non essere contento per le nozze: il fratello o la sorella più vecchi che non si erano ancora sposati, i quali ricevevano il simpatico dono della rampèla o del parolì. La rampèla stava a indicare che la più giovane, o il più giovane, aveva tagliato le gambe alla più vecchia, o al più vecchio, sposandosi prima.
A parte tutto questo, la festa poteva iniziare. Innanzitutto c'era la colazione offerta a casa della sposa, da dove poi partiva il corteo nuziale. Il tragitto che portava alla chiesa era però disturbato da molti ostacoli appositamente collocati dalla gente della contrada che dimostrava, in questo modo, il suo rammarico perché la ragazza si trasferiva. La strada era attraversata da catene che andavano da una casa all'altra, intralciata da piante messe di traverso e ingombrata da piccoli fuochi. La sposa, per passare, doveva attendere che il compàr che l'accompagnava, le liberasse la via. Quindi il corteo poteva proseguire con in testa la sposa e il compàr, seguiti dal testimone della sposa e dallo sposo, poi la madre di lei e il padre di lui, poi il padre di lei e la madre di lui, poi il primo fratello di lei e la prima sorella di lui e così via, in modo che a fianco della colonna formata dai parenti di lei ci fosse la colonna dei parenti di lui.
Ai parenti stretti seguivano i ghidàss (madrine e padrini di battesimo) e, quindi, tutti gli altri invitati. Talvolta invece, la mamma della sposa restava in casa senza partecipare alla cerimonia per dimostrare così il suo dolore per la “perdita” della figlia. All'uscita dalla chiesa la sposa era finalmente al fianco dello sposo e dimostrava la sua gioia lanciando i confetti ai bambini che erano accorsi urlando “viva la sposa”, nella speranza di ottenere in dono qualche dolce.
Ci si portava quindi alla casa dello sposo dove si sarebbe tenuto il pranzo e si faceva visitare l'appartamento alla sposa e alla madre di lei (qui vi erano esposti tutti i regali ricevuti). La nuova arrivata era accolta dagli amici dello sposo con spari di gioia e con l'allestimento di porte trionfali fatte con rami di abete ornati di fiori, nastri e frasi di benvenuto. Costoro erano poi invitati a cena in segno di 'riconoscimento. La tradizione vuole che fossero imbanditi due pasti separati (pranzo e cena) per lasciare tutti liberi, nel tardo pomeriggio, di svolgere le mansioni legate all'attività contadina ( daria, fa beer e raolger ).
Gli invitati facevano dunque ritorno per la cena alla quale seguivano canti e danze per comunicare appieno la gioia di vedere i due giovani finalmente sistemà. Gli sposi in genere si ritiravano presto in modo che gli amici potessero accordarsi con il fisarmonicista e il chitarrista per la serenàda. Verso le prime ore del nuovo giorno questo simpatico crocchio si metteva sotto le finestre degli sposi novelli e mentre i suonatori eseguivano le tre suonate di rito (un valzer, una mazzurca, un tango) costoro cantavano.
Al termine di questa esecuzione si chiamava il ciàr, prima per i suonatori, poi per la compagnia e così via. Ad ogni invocazione gli sposi rispondevano accendendo e spegnendo il lume. Finalmente si affacciavano alla finestra e, una volta comparsi, si intonava ancora qualche canzone.
Quando invece si fossero sposati un vedovo o una vedova si evitava ogni festeggiamento. Costoro cercavano di celebrare il loro matrimonio in orari antelucani o addirittura in segreto, ma ciò non poteva evitare che i ragazzi, la notte precedente le nozze, si recassero sotto la loro casa e si esibissero in un concerto di sampùgn, ciòche e brònze.
Questo rito sanzionatorio si verificava piuttosto di frequente, dal momento che, specialmente tra le giovani spose, la mortalità era molto alta in conseguenza delle gravidanze rese difficili dalle dure fatiche nei campi. Mentre l'allevamento dei figli e le esigenze legate alle attività agricole, spingevano i vedovi a risposarsi.