Comune di Pontoglio

Il calendario: date fisse

a 'nzerbà

( 1° sabato e 1° domenica di maggio)

  • Carte tematiche[Scherzi -ieri-]

  • Era già finito l'inverno. Era passato marzo a böta vià sö le rie de le sariöle i ranuncoli di smalto giallo occhieggianti tra le foglioline di giada.

  • Stava per finire anche aprile e la stagione volgeva decisamente al bello, con un lento trapasso dai rigori dell'inverno alla dolcezza della primavera.

  • Sota la lòza, tacacc a le bore, c'erano i nidi con le rondini già indaffarate nell'attesa dei piccoli.
    Era vicina la prima domenica di maggio e i giovanotti stavano già organizzandosi per andà a 'nzerbà.
    Alla sera si sedevano söl müradel de l'Oi, sui blocchi grigio - scuro de preda de Sarnech, con qua e là, sullo spigolo, incavi poco profondi e lisci, prodotti da massaie e contadini che i ga mulàa 'nsima cortèi, fùrbis e puditìne. Qui tra risate che superavano lo scroscio del fiume a la palada, facevano i progetti da realizzare nella notte tra il sabato e la domenica e ricordavano le imprese degli anni passati.

  • Tutti riconoscevano al Ross una grande abilità: lungo e magro com'era, sapeva muoversi in maniera così agile e silenziosa e sapeva trovare idee così originali, che non mancava mai nel gruppo de chei che 'ndàa a 'nzerbà.

  • Anche adesso, seduto söl müradel con le lunghe gambe dondolanti e i piedi nudi che quasi sfioravano la polvere della strada, raccontava come l'anno scorso erano riusciti a portare frasche di vario genere davanti alle case di alcune ragazze e a trascinare in piazza, senza svegliare nessuno, 'l carèt de Giacom carètér con sura 'l casöl co la ciòsa e i pulzì.

  • Di solito le ragazze prese di mira non erano più giovanissime, ma per un motivo o per l'altro non avevano ancora trovato il “merlo” che le sposasse. Nella notte tra il sabato e la prima domenica di maggio, davanti alla casa di queste pöte si portavano erba e rami d'alberi o d'arbusti e si tracciavano scritte allusive sui muri o sui portoni. Anche il tipo di frasche era in qualche modo allusivo al carattere e alla situazione della donna. L'erba fràina era il materiale più comune usato dai giovanotti delusi dalla ragazza del cuore; la prima domenica di maggio nella distesa rossa dei trèpoi de fràina vedevi larghe chiazze di falciato e davanti alle porte delle varie Mariette o Peppine ritrovavi le pianticelle coi bei fiori rossi disposti a formare un rudimentale cuore sanguinante. Oppure si portavano frasche di sambuco alle ragazze considerate leggere o comunque di poco valore, o tralci di edera come simbolo di tenacia e di fedeltà, o rami spinosi di robinia o spinasorèch.

  • Per esempe l'an pasat, stava raccontando il Rosso, i ram de 'l sambüch erano stati portati a Marieta de la bionda, una matura ragazza bionda come la madre, dalle curve abbondanti e dalla risata sonora, che tutti chiamavano, chissà perché, la bela Italia. Aveva sempre 'n sach de murus, sia del paese che di fuori, ma ancora non era riuscita a coronare il suo sogno d'amore. Muruza del cümü, spuza de nisü, dicevano in paese e Tista Vulpì aveva tentato di scrivere questa frase sul muro della casa di Marietta col succo delle tenere pianticelle di fràina, ma aveva rinunciato perché in dialetto non sapeva come scriverlo e in italiano la rima non tornava più.

  • Sambuco anche a Gina Carèta dallo sguardo e dal sorriso che molti consideravano invitanti, ma appena un giovanotto azzardava un approccio lo respingeva quasi scandalizzata; sambuco e un disegno significativo, 'na ula töta èrda dalla semplicità molto eloquente che pareva dicesse: “Mètela vià, consèrvela ndé l'ula ! “.
    Invece a la Ursulina del püt erano toccati tralci di edera. Da quando 'l sò murus non era tornato dal fronte, la ragazza aveva giurato di restargli fedele e confidava alle amiche che aveva rifiutato fior di pretendenti. Le amiche maligne sussurravano invece che l'unico pretendente era stato chel rispuschì del fiöl del barbér e che non era certo un atto di eroismo l'averlo rifiutato; semmai lo sarebbe stato l'averlo accettato.

  • Ma la 'nzerbada piö bela era quella davanti alla casa de Cichina Bilina, detta anche Cichina Lecarda, dal carattere altero e spigoloso, fiöla sula, che avrebbe ereditato con la casa anche il campo che si stendeva de là del stradù, non certo un latifondo, apena du piö, ma bastava questo a farle assumere arie da ricca ereditiera. Aveva rifiutato già alcuni giovanotti del paese e ormai si avviava a superare la trentina senza che all'orizzonte spuntasse il sognato principe azzurro. II Rosso aveva studiato a lungo la scritta da tracciare sul muro e nel silenzio della notte luminosa, mentre i compagni si muovevano come fantasmi, schiacciò qualche manciata di steli di fràina e col succo verdognolo si accinse a scrivere il suo capolavoro letterario e pittorico sul muro imbiancato di recente e perciò tanto più invitante. Alla mattina, i fedeli che andavano a messa prima e tutti i contadini che venivano a riprendersi la loro roba (carécc, cariöle, manech, sòi, gabie de conecc, casöi, perfino bocài magare pié, …), ammucchiata alla rinfusa dai “soliti ignoti” in mezzo alla piazza, videro davanti alla casa di Cichina töt an tapé de rübi, de roède, de sambüc; videro disegnato sul muro tra le due finestre a pianterreno, un quadrupede che dalla barba sotto il muso poteva anche essere considerato una capretta e soprattutto poterono leggere la poesia frutto di tanta meditazione: se questa capra camminerà, la Cichina si sposerà.

  • G.Peci da “La Rocca”

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