[Riti delle acque -ieri-][Propiziazione e terapia -ieri-]
La devozione per S.Alberto, abate trapanese morto a Messina il 7 agosto 1307, fu diffusa nel Bresciano ad opera dei Carmelitani del Convento di Pontoglio, i quali ne estesero il culto anche a Palazzolo e a Castelcovati (A.Mazza, 1997, p. 167).
Il 7 agosto, per la festa del Santo, nei pressi di Castelcovati si teneva una fiera assai popolare, detta “fér longa”, storicamente documentata dal 1775. La fiera aveva luogo nella zona a sud del paese, nei pressi dell'oratorio campestre di Santa Maria delle Nuvole, ove -fino al 1832- era conservata la statua del Santo. In questa zona, un tempo paludosa e malarica, il culto di S.Alberto, con le sue componenti taumaturgiche legate alla protezione dai “miasmi palustri” e le sue manifestazioni d'indisciplinata vitalità, si svolgeva per lo più al di fuori degli schemi approvati dall'ufficialità ecclesiastica.
Una lettera spedita il 19 ottobre 1831 dai fabbricieri della Parrocchia di Castelcovati all'amministrazione dei Luoghi Pii di Brescia, a quel tempo proprietaria della chiesetta dedicata al Santo, informa che “… nell'oratorio di Santa Maria delle Nuvole esiste una statua di legno, denominata S.Alberto, l'anniversario del quale viene celebrato il giorno 7 agosto, sotto il titolo di Fiera di S.Alberto, [fiera alla quale] concorre numerosa popolazione di questo e di tutti gli altri comuni limitrofi.
Lo scopo principale del concorso non è già quello di festeggiare il Santo con quella devozione e pietà che esige la cristiana religione, giacchè la pura funzione si limita in alcuni sacrifici che si celebrano nella mattina e qualche rosario la sera, ma eziandio di dedicare la giornata in crappole [sic!], divertimenti, gozzoviglie, schiamazzi ed anche avvenimenti di risse e ferimenti, come già è occorso più volte, per cui è uopo farvi intervenire a diligenza dell'autorità politica locale la brigata della R[egia] Gend[armeria] all'oggetto di evitare disordini e mantenervi possibilmente la pubblica quiete o tranquillità.
In quel giorno [prosegue il documento] molti osti e bottighieri concorrono a stabilire il loro esercizio in qualche campo confinante col territorio del rispettivo comune limitrofo e forma straordinaria sorpresa il vedere tutti più o meno occupati in somministrare vitto, vino e liquori ad ogni sorta di persone ed in ispecial modo alle diverse compagnie framiste la maggior parte di sesso diverso e sembra succeda in alcune la gara di giugnere al riprovevole scopo d'intemperanza, per l'uso troppo soverchio di vino e liquori, d'onde poi ne nasce innumerevoli inconvenienti, molto più perchè fanno luogo delle danze, dei suoni, balli e canti, in una parola, insomma quella giornata, anzichè essere dedicata alla pietà, alla divozione, viene destinata ad un cumulo di disordini”.
Al fine di rimuovere la causa di questi “disordini”, i fabbricieri suggerivano di trasferire nella chiesa parrocchiale la statua del Santo. Il che fu loro concesso e si realizzò il 2 maggio 1832. Da allora in poi la sagra d'agosto, organizzata sotto il diretto controllo della parrocchia, perse il suo carattere licenzioso e si mutò in un'ordinata festa di paese.
Per l'occasione furono in quell'anno dati alle stampe alcuni componimenti poetici, scritti in onore del Santo e della “traslocazione” della sua “veneranda effigie”, tra i quali un sonetto intitolato al merito del “distinto signore” Carlo Montini ed un'anacreontica con dedica a Felice Giugni.
La celebrazione della festa fu portata alla domenica e venne preceduta, al sabato pomeriggio, da solenni funzioni vespertine e dalla benedizione dell'acqua di S.Alberto, raccolta in un grande bacile dal quale i devoti, che le attribuivano poteri taumaturgici, si recavano per berla, prelevandola con mestoli che portavano alla bocca, o per trasferirla nelle proprie abitazioni, dove la utilizzavano per benedire le stanze.
La domenica, nella festa del Santo, si teneva una messa cantata. Durante la funzione religiosa la folla dei fedeli traboccava dalla pur capiente Parrocchiale e si spargeva sul sagrato antistante, al riparo di un amplio tendone a righe gialle sostenuto da quattro alti pali sui quali, per tradizione, i ragazzi erano soliti arrampicarsi. La statua del Santo troneggiava al centro della chiesa su un palco in finto marmo e quattro angeli in volo reggevano sul suo capo una corona d'oro. La sacra effige, per contrasto, era uno dei manufatti più poveri che si potessero immaginare e l'indice della mano sinistra del Santo additava la grande conca piena d'acqua benedetta, dalla quale i fedeli si attendevano protezione dalla malaria che infestava la zona.
A giudizio di alcuni testimoni, a dimostrare i poteri taumaturgici del Santo sta il fatto che, a memoria d'uomo, durante i giorni della sagra non si verificarono mai epidemie, malgrado tutti si servissero sempre dello stesso mescolo per portare alla bocca l'acqua benedetta e nessuno, nel compiere quel gesto di devozione, osservasse la benchè minima precauzione igienica.
A sera, le celebrazioni religiose in onore del Santo avevano termine con il bacio delle sue reliquie da parte dei fedeli.
In occasione di questa fiera venivano allestite nella piazza del paese bancarelle per la vendita di dolciumi e nelle famiglie si consumavano alcuni cibi particolari, specialmente ravioli e pollo ripieno.
In tempi recenti la tradizionale festa di Castelcovati in onore di S.Alberto è stata collegata alle celebrazioni di S.Rocco e posticipata alla prima domenica dopo il 16 agosto.
L'allestimento del simulacro di S.Alberto è rimasto in uso fino alla metà degli anni Quaranta, quando una disposizione canonica ha disposto per tutta la diocesi la rimozione di simili manufatti. L'uso di stendere per il giorno della funzione religiosa il tendone davanti alla Parrocchiale è stato abbandonato una decina di anni più tardi, mentre la presenza all'interno della chiesa del bacile colmo d'acqua benedetta rimane ancora oggi l'ultimo segno tradizionale del culto locale tributato a S.Alberto.