Alcune persone anziane rimpiangono ancora il Trato Marzo, un rito dal cerimoniale pressoché identico in tutte le valli del Trentino. Ecco come si svolgeva:
durante i primi tre giorni di marzo, alcuni uomini si mettevano su un'altura vicino al paese o soprastante ad esso ed accendevano un fuoco, mentre gli altri, soprattutto i curiosi, stavano in basso a guardare e ascoltare. Da questa altura una persona si metteva a gridare a squarciagola, magari con un grosso imbuto per amplificare la voce e farsi sentire da tutti:
- Marzo su questa tèra per maridàr 'na pöta bèla!
(Marzo su questa terra per maritare una zitella bella!)
- Che èla? Che no èla?
(Chi è? Chi non è?)
chiedevano gli altri.
II primo rispondeva:
- L'è la …
(É la….)
e gridava il nome della ragazza.
Allora i compagni domandavano:
- A chi la dòme? A chi no la dòme?”
(A chi la diamo? A chi non la diamo?)
- Al…
e veniva urlato il nome dell'uomo.
- Dòmeghela, dòmeghela
(diamogliela, diamogliela)
Dopo aver formato le coppie, iniziavano a prendersi gioco delle persone “strane”, cioè di quelli che non si decidevano a sposarsi, degli scapoli, delle vedove, del parroco e della perpetua; la satira toccava anche le “coppie insolite”, formate da uomini giovani con donne anziane o da vedovi e vedove.
Quindi, in segno di festa, i partecipanti al rito sparavano mortaretti, gridavano, cantavano e facevano baccano. Spesso le autorità civili e religiose tentarono di opporsi a questa tradizione; ma non furono certo i proclami a far decadere l'usanza, bensì il cambiamento delle abitudini sociali.
Un rito affine al Trato Marzo era lo charivari, chiamato nel dialetto locale: andar a ciocàr. Esso aveva luogo specialmente nel caso di matrimoni di vedove e consisteva in una sonora dimostrazione di biasimo effettuata dai giovani del paese che, muniti di coperchi e recipienti di latta, facevano strepito sotto le finestre degli sposi.