Il rito di questa celebrazione avveniva nelle ore serali dell'ultimo giorno di febbraio e consisteva nella pubblica dichiarazione di veri o immaginari fidanzamenti.
Il tutto veniva completato dal frastuono di oggetti percossi, o spari, o suoni di corni e trombe. Frequentissime le risate grottesche.
Nella tradizione tignalese la dichiarazione pubblica del fidanzamento vero o presunto veniva sempre fatta in forma di dialogo da dossi o alture che si prestavano a spargere la voce un po' in tutta la vallata. Indispensabile era l'uso di un grosso imbuto da cantina quale amplificatore di voce. Il rito aveva inizio la sera quando uno squillo prolungato di corno echeggiava in alto subito inseguito da altri provenienti da diverse direzioni.
Allora i vecchi sommessamente brontolavano per il buontempo e la spensieratezza dei giovani e le fanciulle più o meno giovani, a gruppi, o da sole, alle finestre, tendevano le orecchie per ascoltare la loro sorte. Spesso i giovanotti sfogavano le loro gelosie, appioppavano il tale o la tale a chi meno se l'aspettava, erano gongolanti di svelare qualche amore segreto o di esporre al pubblico i motivi di qualche amore tramontato. Il dialogo era pungente e preciso nella denuncia di fatti e situazioni che molti conoscevano segretamente, ma che nessuno osava portare in pubblico.
Frequente era il caso di belle ragazze date in sposa a “giovanotti” attempati dalle scarse doti fisiche o poveri squattrinati affibbiati alla benestante del paese. Di mira venivano presi i “pücc” e le “püte” di età avanzata per i quali le possibilità di matrimonio erano veramente poche. Non rari erano i malumori che alcune volte sorgevano in paese a causa della pesantezza dello scherzo e sguaiatezza del dialogo. Da testimonianze di persone anziane ho potuto capire che i malumori non erano mai sorti nel periodo d'oro del “trato marso”, ma che il dialogo pesante era entrato più tardi, nel vano tentativo di tenere desta questa tradizione ormai in decadenza inesorabile. Col tempo veniva a mancare il gusto romantico di questo canto e la sua capacità di far ridere, sorridere o arrossire.
RICOSTRUZIONE DI UN POSSIBILE CANTO
- Trato Marso su questa terra…
- Ghè na verginela da maridar?…
- Si che la ghè…Si che la ghè…
- Celà?… Ci no elà?…
- Lè…Lè…Lè… l'Agnes…
- A ci ghe l'ome da dar… giust che l'è da maridar?…
- Al…Al…Al…Al Toni che l'è püt,
l'è drit come en füss
e so mare la ga na voia mata
de pararlo föra da l'üss.
- L'Agnes de dota che gala da portar?
- Le scartèse, na roca e la mulinela per filar.
Andrea Bonassi, da “Gente di Tignale”, marzo 1987.